Vivere a New York

Mi chiamo Giada, ho 37 anni.

Ho vissuto a New York per undici anni.

Ci sono arrivata a ventisei, fresca di laurea, con una valigia piena di vestiti neri e quell'arroganza tipica di chi pensa che l’Italia sia solo un trampolino da cui scappare il più in fretta possibile.

Per undici anni ho giocato religiosamente al gioco della metropoli. Ho condiviso bagni ciechi con coinquilini ai limiti della sociopatia. Ho pagato 1.500 dollari per stanze singole in cui potevo toccare l'anta dell'armadio stando sdraiata a letto. Ho fatto la content creator, la project manager, la social media strategist. Ho collezionato aperitivi al west village, inaugurazioni, brunch la domenica mattina.

Da fuori, su Instagram, ero il ritratto dell'emancipazione giovanile.

Da dentro, ero un criceto su una ruota che girava a trecento chilometri all'ora. Costantemente in ansia, perennemente stanca, cronicamente al verde.

Il punto di rottura non è stato un evento drammatico da film. Nessun licenziamento clamoroso, nessuna grande rottura sentimentale.

È stato un banale martedì sera di novembre. Avevo appena finito di lavorare, erano le 19:30. Stavo salendo al quarto piano senza ascensore del mio palazzo, portando due casse d'acqua comprate al discount a dieci isolati di distanza per risparmiare qualche euro. Al terzo piano mi sono dovuta fermare per riprendere fiato.

Mi sono seduta sul gradino di graniglia freddo e ho semplicemente fatto un calcolo matematico:

Guadagnavo 3.000 dollari netti. Ne spendevo 2.000 tra affitto e bollette per vivere con due sconosciuti. Il resto serviva per sopravvivere in una città che ti fa pagare anche l'aria che respiri. Non avevo un dollaro di risparmi. Non avevo tempo. Non avevo vere energie da dedicare a me stessa.

Due mesi dopo, ho messo le mie cose su due valigie preso un volo e sono tornata a vivere nel mio paese in provincia. Dodicimila anime.

E qui inizia la vera tortura psicologica. Perché quando torni, la gente non te lo perdona.

Vai al bar in piazza a prendere un caffè e incontri la madre della tua ex compagna di liceo.

«Giada! Ma ciao! Sei qui in vacanza?»

«No, signora Luisa. Sono tornata a vivere qui.»

In un secondo, il suo viso subisce una metamorfosi. Il sorriso si congela. Gli occhi si riempiono di quella compassione velenosa che, di solito, si riserva solo ai malati terminali o a chi ha appena dichiarato bancarotta.

«Ah... ma dai. Beh, vedrai che è solo un momento, poi ti riprendi e riparti.»

Non contemplano minimamente l'idea che tu possa aver scelto di fermarti. Per la mentalità collettiva, se lasci la grande mela per tornare in provincia, hai fallito. Non ce l'hai fatta. Sei stata masticata e sputata fuori dal sistema produttivo.

E all'inizio, vi giuro, ci ho creduto anche io. Mi sentivo una fallita. Mi vergognavo a dirlo ai miei ex colleghi.

Poi, un venerdì pomeriggio, ho finito di lavorare in smart working. Ho chiuso il computer alle 18:00. Sono uscita di casa. Non c'era traffico. Non c'era nessuno che mi suonava il clacson istericamente al semaforo.

Sono andata a fare la spesa in un supermercato dove non dovevo combattere corpo a corpo per un carrello.

Tornata a casa, ho parcheggiato letteralmente a tre metri dal mio portone. Un appartamento di 75 metri quadri, tutto per me, luminoso, per 450 euro al mese.

Ho aperto la finestra. Si sentiva solo il rumore del vento tra gli alberi e, in lontananza, le campane. Nessuna sirena dell'ambulanza, nessun tram o camion a tutte le ore che faceva tremare i vetri del salotto. Ho fatto un respiro profondo e, per la prima volta in un decennio, ho sentito l'ossigeno arrivarmi davvero fino in fondo ai polmoni senza il peso di un attacco di panico latente.

La società ci ha convinti che spaccarsi la schiena per pagare l'affitto a un fondo immobiliare, mangiare insalate tristi alla scrivania e vivere in un perenne stato di esaurimento nervoso sia la definizione di "ambizione".

E che scegliere di rallentare, di avere spazio, silenzio, dignità e tempo per sé stessi sia la definizione di "sconfitta".

Beh, se questa è la sconfitta, vi garantisco che è la cosa più bella e rivoluzionaria che mi sia mai successa.

(Adattato Per New York da me da un testo di Claudio Michelizza)